Sometimes I forget I live in the future: guida digitale alla vita analogica

Da piccola ero fissata con l’archeologia, così quando in quarta elementare mi hanno detto che saremmo andati in gita al museo egizio di Bologna sono andata completamente fuori di testa. Per l’occasione mia madre mi ha addirittura preso una macchinetta fotografica. Era della Kodak, con un rivestimento in plastica blu che -leggenda narra- la avrebbe fatta funzionare anche sott’acqua. Era semplice: bastava guardare nello spioncino e poi schiacciare il grande pulsante rosso. A quel punto girare la rotella nera in alto a destra e non dimenticarsi di tenere il conto fino a 24, quando il rullino sarebbe finito. Dopo di che saremmo andate dal fotografo, si aspettava più o meno una settimana e mi sarei potuta godere i miei fossili e le mie mummie su pellicola.

Spioncino, pulsante, rotella, 24, fotografo, mummie. Semplice.

E lo sportellino nero sotto lo spioncino? Lui a cosa serve? Meglio aprirlo per controllare.

Fu quel giorno che giurai vendetta alla fotografia analogica e a tutti coloro che non mi avevano detto che lì c’era il rullino.

DEFGuida Anlogica1

Alla mia gita di prima superiore avevo una macchinetta digitale della quale abusavo in ogni situazione. Ogni cosa era improvvisamente diventata troppo importante per non fotografarla, il che mi ha portata a collezionare una valanga di cd-rom Verbatim pieni di fotografie dei momenti più inutili possibile, dal pomeriggio davanti alla tv alla serata al cinema. Ma diciamocelo, a un certo punto non se ne poteva più di contare fino a 24. E che cazzo, basta! Le macchinette digitali avevano finalmente moltiplicato i pani e pesci: «Più scatti per tutti!». E così niente più mummie su pellicola. Solo miliardi di pixel di anonimi pomeriggi al bar stipati nel pc fisso di casa che aveva tutta l’aria di implodere da un momento all’altro. Ma sicuramente ne è valsa la pena per quelle quaranta foto tutte uguali del tramonto poetico a Zocca.

E poi è successo. È arrivato lui, lo smartphone. Colui che ha compiuto il miracolo più grande: «Vai Lazzaro, alzati e fotografa!». Chiunque ne tocca una, magicamente, diventa un fotografo. Ma non solo! Finalmente si può fotografare tutto, in ogni momento e ogni foto sarà bellissima: il miracolo del XXI secolo.

Sblocca, tocca, apri galleria, foto del pranzo is the new spioncino, pulsante, rotella, 24, fotografo, mummie. Le SD sono molto meno ingombranti dei cd registrabili Verbatim e i rullini bruciati solo un lontano ricordo.

Per il mio compleanno mi regalano una Polaroid, una vecchia 635Supercolor nera con la banda argentata. Forse non lo sapete ma i rullini della Polaroid non sono veri e propri rullini. In realtà sono fogli di plastica utilizzati per polarizzarela luce: tendono ad assorbire la luce polarizzata parallelamente alla direzione dell’allineamento dei cristalli, lasciando passare la luce perpendicolare ad essi. È un sistema complesso che fa in modo che il circuito elettrico necessario per scattare la foto non sia soltanto chiuso nel corpo della macchina ma costituito dal rapporto tra la macchina e la pellicola. È per questo che otto scatti ti costano venti euro.

Così ad un tratto anche la fotografia è diventata una questione di sacrifici e ho detto addio ai quaranta scatti del tramonto poetico a Zocca e alle composizioni bicchiere-carbonara-posate.

La seconda volta che ho giurato vendetta alla fotografia analogica è stata quando ho scoperto che per sviluppare correttamente una Polaroid bisogna tenerla al buio e al caldo. Giustamente ho appreso tutto ciò soltanto dopo aver sventolato  i miei primi dieci euro su pellicola tra il vento fresco di una bella giornata di sole. E così per una settimana ho detto addio anche ai Plum Cake, il succo d’arancia e le Sottilette.

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Una mattina che in casa non c’erano né i Plum Cake, né il succo d’arancia e né  Sottilette ho scoperto che quando è sereno e c’è freddo dal balcone del mio appartamento a Torino si vedono le montagne e io che sono nata in pianura non ci sono abituata.

Ho deciso di scattare una Polaroid e piena di una nuova consapevolezza l’ho accuratamente riposta in un sacchetto di tela e piazzata sul termo accesso. Esco di casa e passo tutto il giorno a pensare alla mia Polaroid sul termo. Chissà se è venuta. Poi mi viene l’ansia che magari non ho avuto la mano abbastanza ferma. O che c’era la luce sbagliata. Non riesco a distogliere la mente dalla maledetta foto delle montagne, e non capisco se è perché ho paura di aver buttato via gli ennesimi due euro e cinquanta o perché io non ci sono abituata a vedere le montagne vicino a casa. Ormai inerme stretta nella morsa del dubbio le vecchie ferite di quarta elementare si riaprono.

Cerco di esorcizzare il mio disagio parlandone con la gente che, giustamente, mi fa notare che al massimo posso scattarne un’altra domani, posso scattarne altre mille. Posso pure modificarle, metterci il filtro e se non mi piace la cancello e la rifaccio.

Faccio un respiro di sollievo, mi ero dimenticata che vivo nel futuro. Quel futuro in cui le macchinette digitali e lo smartphone hanno già compiuto i loro più grandi miracoli e hanno salvato tutti noi.

Mi lascio cullare per un attimo da questa sicurezza. Poi però, proprio mentre inizio a perdonare la fotografia analogica per i rullini bruciati e i soldi sventolati all’aria mi ricordo che domani io già lo saprò che ci sono le montagne vicino a casa.

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P.s: Qualche giorno dopo aver scritto tutto ciò è la fotografia analogica a vendicarsi palesandosi a me sotto le spoglie di Amazon che trasforma il rullino Polaroid in “Vedere la Terra-Sei saggi sul paesaggio e la geografia” di Jean-Marc Besse.

Fotografia Analogica: 3

Anita: 1

La sfida è ancora aperta.

 

 

 

di Anita Vicenzi

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