Un articolo che non piacerà ai Simple Plan

 

Ani: Il nostro sito è una figata, dai.

Ale: No, forse no.

Mary: Be’, hai mai visto quello del dipartimento di informatica dell’Università di Bari?

ALNIRY (la fusione di noi tre): Raga, stiamo registrando, dobbiamo parlare d’altro.

Di cosa dobbiamo parlare? Ah già, dei New Radicals.

In realtà non proprio, ma concedetemi questa intro per attirare l’attenzione di Luca Sofri, suvvia. Insomma siete sul nostro sito, non starete mica cercando le sessioni d’esame di Algoritmi, no?

I New Radicals erano un gruppo musicale attivo alla fine degli anni novanta. I loro lavori sono stati racchiusi in un unico album Maybe You’ve Been Brainwashed Too, uscito nel 1988. Il singolo che li ha resi famosi lo conoscete tutti, perchè tutti avete bevuto la Ferrarelle, o avete visto Dawson’s Creek, o avete guidato una Mitsubishi in Australia. O Glee, e ci siamo capiti.

Stiamo parlando di You Get What You Give, singolo del 1999 che lanciò la band nelle prime posizioni della classifica Billboard (Billboard è una rivista musicale americana, considerata tra le più precise e dettagliate al mondo). Di cosa parla la canzone?

Il cantante del gruppo, Gregg Alexander, dice che la canzone voleva essere un inno per i ragazzi della sua generazione, un mantra, il cui messaggio, si riceve ciò che si dà, è stato riconosciuto come uno dei più importanti messaggi sociali della musica degli ultimi anni.

Ovvio, non senza qualche polemica, come quella da parte della casa automobistica Mercedenz Benz, per via di una parte del testo della canzone che recita “Every night we smash a Mercedes Benz” (in italiano”Ogni notte sfasciamo una Mercedes Benz”).

E di sicuro con qualche perplessità anche da parte di Beck, Hanson e Marilyn Manson, a causa di un verso della canzone senza peli sulla lingua;

Cloning while they’re multiplying

fashion shoots with Beck and Hanson,

Courtney Love and Marilyn Manson

you’re all fakes, run to your mansions

come around, we’ll kick your ass in“.

 

Secondo Alexander questa parte del testo rappresentava un test per vedere se i media avrebbero focalizzato la propria attenzione sui primi versi del brano relativi a delicati argomenti politici o su quei riferimenti ad alcune celebrità. Come previsto, la stampa musicale ha parlato prevalentemente dei riferimenti alle celebrità.

C’è chi però non è rimasto indifferente al testo della canzone e agli argomenti politici. Durante un intervista al David Letterman Show, il leader degli U2 (desideravo scrivere una frase del genere almeno almeno dal numero 24 di Top Girl) Bono Vox, alla domanda quale canzone avresti voluto scrivere? ha risposto: “Yeah oh yeah so, mmm so yes, You get what you give, New Radicals yeah oh yess”.

Ma quando finisce questa intro? Sticazzi Luca Sofri.

Avete ragione. Facciamo i seri dai.

Era un freddo mercoledi di marzo, avevamo mangiato un piatto di pasta con i broccoli che faticava ad essere digerito, quando all’improvviso abbiamo avuto l’illuminazione. Sulle note di You Get What You Give ci siamo chiesti:

“Quali sono le canzoni che ci hanno segnato di più?”

Ani: Ma che domande fai? Me ne torno in camera a sistemare le cassette della frutta.

Ale: Povera Ani…

Mary: Dai inizio io, per me la prima è stata Bittersweet Symphony dei Verve.

 

Ale: Lo sapevo…

Mary: Be’ ma è anche per una questione affettiva, [alzo la voce per farmi sentire da Ani]

vi ricordate il video? E’ il 1997 e Richard Ashcroft cammina, fregandosene della gente…

*SILENZIO*

Mary: Be’ bello perchè c’è confronto, grazie.

Ale: Non mi ricordo il video…Mannaggia…

Ani (raga, è tornata!): Nemmeno io.

Mary: C’è lui che una mattina come tante altre cammina lungo un marciapiede di Londra senza mai spostarsi o fermarsi, urtando chiunque incontri e continuando a guardare dritto cantando “No change, I can’t change, I can’t change“.

Ani: Può cambiare quindi…

Mary: No, i can’t change. Scusa Ani, a volte mi dimentico di parlare inglese più lentamente. Il rischio è quello di sembrare una al primo appuntamento con Ronan Keating.

Ani: Fanculo Mè…comunque, perchè hai scelto questa canzone?

Mary: Per mio fratello, of course. Quando avevo circa 11 anni, ricordo che venne in camera mia e disse: questo è il mio walkman, offerto per voi e per tutti, smettila di ascoltare Laura Pausini e sentiti questo!

Ale: “Sono di Solaroloooo cazzo”

*Consigliamo di leggere cazzo come lo leggerebbe un romagnolo, per chi non riesce il video è qui sotto*:

 

Ani: Grazie Ale, ma alla fine che hai fatto Mè?

Mary: Ho nascosto il best of di Laura, e ho capito quanto fosse importante prendere una posizione in merito allo scontro Blur Vs Oasis. Mio fratello mi diceva sempre che potevi capire molto delle persone a seconda di chi preferivano tra i Blur e gli Oasis.

Ale: Io non sono d’accordo, perchè io per esempio non tifavo per nessuno dei due.

Ani: Fai uscire la Svizzera dal tuo corpo Ale, per favore. Dicci che preferisci.

Ale: Va bene va bene, preferivo i Blur.

Ani: Ci voleva tanto? anche io comunque.

Mary: Ecco vedi? questa cosa fa ancora litigare. Mio fratello lo sapeva, e infatti mi diceva:

“Stella, te nel dubbio fatte i cazzi tuoi e ascolta i Verve, e sai perchè? A scuola avrai a che fare sempre con qualcuno che si comporta o da Blur o da Oasis…e ti chiederanno di schierarti. Ecco, tu ascoltati Lucky Man e rimani sempre dalla parte tua”.

Ani: La Svizzera pure tu, che palle!

Ale: Visto? Posso dire una cosa? A me piaceva questa canzone…

Mary: Ok..

Ale: Ma l’ho scoperta nel 2002, quando faceva da sigla alla trasmissione Rai Parlamento

Ani: Ma stai scherzando?

Mary: Be’ giusto, stiamo parlando delle canzoni più importanti per il sociale

Ani: Smettetela di comportarvi da Svizzera cazzo!

Ale: Comunque, io ho una canzone degli anni 2000, questa volta con un vero messaggio sociale…

Mary: Perchè sai tutto te no?

Ale: Non vorrei sembrare poco originale ma…

Ani: U2 *…

Ale: Esatto…

Mary: Strano…

*per chi non lo sapesse Alessandro è un grandissimo fan degli U2, di quelli che si svegliano alle 07.15 il giorno in cui escono i biglietti per la data in Italia. Uno di quelli che però rimane per ore avanti alla pagina di caricamento di Ticketone, e quando, preso dall’incoscienza, decide di ricaricare, i biglietti sono già terminati. Uno di quelli, infine, che cerca di annegare il dispiacere con una fetta di pecorino imbevuto di marmellata di cipolle. Uno di quelli li, insomma.

Ale: lo so, lo so, lo so cosa state pensando, che gli U2 parlano solo di cose serie, pesanti, questioni politiche, blablabla…

Ani: Veramente io stavo pensando alle cassette della frutta…

**SPOILER: TRANQUILLI RAGA ANI NON SI ALZA DI NUOVO.**

Ale: Ma se uno di voi criticoni si ascoltasse obiettivamente le loro prime canzoni noterebbe che non solo parlavano di politica, guerre etc etc…Ma lo fanno anche bene!

Mary: Continua pure Dr.Feelgood…

Ale: 30 Ottobre 2000, esce l’album All That You Can Leave Behind. Un album bellissimo ragazzi, tant’è che Rolling Stone lo ha inserito al 280° posto nella lista dei 500 migliori album della storia della musica. Ed ha vinto anche un Grammy. In quest’album era contenuta una canzone, Walk On. La canzone è dedicata ed ispirata a Aung San Suu Kyi. Adesso mi cerco qualcosa eh…

Ani: Sì ma non sbilanciarti troppo eh…

Ale: Ci sono! Il testo è scritto sotto forma di supporto morale nei confronti della donna, ringraziandola per il suo attivismo e per la sua lotta per la libertà in Myanmar. Fortuna che l’articolo sarà scritto, altrimenti avrei dovuto fare prove di pronuncia per il nome paese! Sarei rimasto su una vaghissima Birmania…Comunque, per tale ragione le autorità locali hanno bandito la vendita sia di questo singolo che del CD All That You Can’t Leave Behind, arrivando a sanzionare chi ascolta tali brani musicali con l’arresto.

Mary: Cazzo, è un album della madonna quello…

Ale: Sì, e la canzone che ho scelto è la più importante, perchè ha dato anche il titolo all’intero album.

Ani: Sei al telefono con Paola Maugeri?

Ale: No. Tutta farina del mio sacco. Il verso della canzone “The only baggage you can bring is all that you can’t leave behind” darà poi anche il titolo all’album.

Mary: È in chat con Paola Maugeri, è evidente.

Ale: Bastaaaa! Sapette quando è diventata davvero importante?

Ani: Dicci Paola, dicci…

Ale: Vi odio. La canzone è diventata importante soprattutto dopo il 2001, in particolare dopo il settembre 2001, con l’attacco alla Torri Gemelle. Sia durante il tour che durante l’esibizione al Super Bowl, hanno dedicato la canzone a tutte le vittime dell’attentato. Il momento più toccante è stato quando Bono, durante la canzone si è aperto il giubbetto di jeans e all’interno era cucita la bandiera americana.

 

Mary: Ricordo quell’esibizione. Pochi giorni dopo, Bono finì sulla copertina del Time, accompagnato da un titolo bellissimo: Can Bono save the world? Bellissima! L’avevo appesa in camera! Sto chattando con Giulia Salvi, lo ammetto….

Ani: E a te Ale questa cosa ha colpito?

Ale: Devo ricondurla a me?

Ani: Be’ si, altrimenti sticazzi.

Ale: Non so come spiegarlo, è tipo una canzone immortale per me, una di quelle che risento a distanza di tempo, e sento che nulla dentro di me cambia ogni volta che la ascolto.

Mary: Ani…

Ale: Ani…

Ani: cosa?

Mary: Lo sai…

Ani: Cosaaa?

Mary: Tocca a te, ma sai qual’è la regola. Non puoi utilizzare le seguenti canzoni: The Clash – Sex Pistols – tutto il punk anni 60/70 – tutte le canzoni inglesi escluse quelle dei Boyzone.

Ani: Che stronza!

Mary: Forse Guido, il padre di Ani, arrivato a questo punto non leggerà più l’articolo…

Ani: E’ probabile…Comunque, visto che la vostra scorrettezza non ha limiti, ho deciso di sorprendervi…Perchè nonostante la mia formazione punk, con tanto di Clipper underground, i pantaloni  a pinocchietto con la catena dietro, la maglietta dei Sex Pistols di mia madre e il capello rasato…

*ECCO ANI DURANTE LA LEZIONE DI EDUCAZIONE TECNICA*

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Mary: Ani, lo stai facendo di nuovo…

Ani: Cazzo! Comunque, nonostante questo, ci fu un persona che mi aiutò a farmi capire che non ero sola, che si poteva essere punk, essere donna, ed essere una donna punk in quel di Finale Emilia.

Ale: Stiamo parlando di… Stacie Orrico!!!

[*che era questa qui*]

Ani: No, stronzi! Sto parlando di Avril Lavigne con Complicated!

 

Mary: Santa Avril, sempre sia lodata…

Ani: Già…No ragazzi, seriamente, Avril mi ha salvato. Mi ha fatto capire che potevo vestirmi da maschietto punk ma con stile…

Ale: E guarda che fine ha fatto…

Ani: Ragazzi non parliamo di questo perchè se inizio a parlare del complotto divento peggio di Adam Kadmon.

Ale: Quale complotto?

Ani: Ragazzi, in realtà la Avril del post Let Go è una sosia…

Mary: Ma dai, quella di My Happy Ending non può essere una sosia…

Ani: Una parola: Nickelback.

Mary: Oddio, è vero…

Ani: Ma prima del complotto Avril ha salvato la vita a molte ragazze, inclusa me.

Mary: In che modo?

Ani: Mi ha fatto capire che nonostante le mie amiche fossero ossessionate da Jesse McCartney e dagli inserti di Cioé, andavo bene anche io, con i miei jeans strappati e le borchie sullo zaino.

Mary: E la cravatta?

Ani: La cravatta, assolutamente!

Mary: Come mai proprio Complicated Ani?

Ani: Perchè Complicated, insieme a Skater Boy hanno insegnato alle ragazze della mia generazione che non esistevano solo le pop star che piangevano sul latte versato…

Mary:

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Ani: Nel senso che le altre cantanti, da Britney fino a Michelle Branch cantavano di amori andati a male, e del dolore che ti affligge, che è tutta colpa tua, che devi piangere, comprarti un maglioncino bianco da Gap, e una trousse di trucchi da Pupa.

Mary: Cazzo Michelle Branch, super…

Ani: Ecco vedi? Invece Avril ha tirato fuori le palle, non era sempre dalla parte delle ragazze, diceva che anche loro sbagliavano.

Mary: Diciamo che Michelle Branch era più intimista…

Ani: Fanculo Mè, insomma avete capito? Io avevo bisogno di canzoni come Skater Boy. Lei l’ha fatta, quindi le vorrò sempre bene.

Mary: Gli anni passavano, Ani chiudeva i polsini della Zero dentro ad un cassetto che non avrebbe più aperto per molto tempo, pronta per l’ultimo anno di scuola media…

Ani: Esatto, infatti proprio in quell’anno, (2005) mio padre, che come ben saprete fece da Cicerone alle mie orecchie in fatto di musica, un giorno tornò a casa con un cd…Whatever people say i am, that’s what i am not…

Ale: Stiamo parlando degli…

Ani: Stiamo parlando degli Artic Monkeys…

Mary: Oddio ci risiamo…

Ani: Ma cosa volete?? Comunque, la canzone che ho scelto è The View From The Afternoon, perchè innanzitutto è stata la canzone che Alex Turner mi ha clamorosamente dedicato al concerto di Nonantola.

 

Mary: Clamorosamente, certo.

Ani: Sì, ma ho scelto gli Artic Monkeys soprattutto perchè il titolo del loro album per me divenne un mantra. Da li a poco avrei iniziato le superiori, dovevo prepararmi psicologicamente. E gli Artic Monkeys sono arrivati al momento giusto per dirmi questo: Te ne devi fottere di quello che pensano gli altri di te e fare solo quello che ti piace.

Ale: Clamorosamente direi…

Ani: Alessandro, allora…

Ale: Va bene va bene andiamo avanti…

Mary: Raga io l’anno dopo diventavo maggiorenne…

Ale: Stiamo parlando del?

Mary: 2006…E quando nel mio paese arrivavi ai diciotto anni dovevi fare una scelta…

Ani: Tipo?

Mary: Pink o P.O.D.

Ale: Veramente?

Mary: Sì…E io scelsi Pink e quella figata di canzone che è U + Ur Hand.

 

Mary: Innanzitutto fu la mia prima canzone da OST, (Original SoundTrack) cioè, il giorno del mio compleanno la mia migliore amica di allora, Cristina, decise di portarmi a Roma per la prima volta in occasione del Festival del Cinema.

Ale: Sai che non puoi parlare del Festival del Cinema, vale come per Ani e il punk-rock U.K.

(IMMAGINATEVI ALESSANDRO CHE DICE PROPRIO PUNK-ROCK U.K.
ODDIO, DELIRIOOOO!!)

Mary: Infatti non dico altro, dico solo che è stato il primo viaggio da sola, e quella canzone ne è stata la colonna sonora. Ma oltre a questo, il vero motivo è che mi ha insegnato una cosa fondamentale…

Ani: Sarebbe?

Mary: Always believe in ritornello figo.

Ani: Mi sembra giusto, Ale non ti vedo convinto…

Ale: Diciamo che io ascoltavo altro, ecco…

Mary: Eccoci…Adesso con chi chatti, Andrea Rock?

Ale: Sicuramente se fosse qui approverebbe la mia scelta, perchè la canzone che ho scelto io è Read My Mind dei The Killers…

Ani: Severo ma giusto…

Ale: Ragazze, questa canzone era bellissima perchè era perfetta per un adolescente, perchè per tutto il pezzo lui si chiede quando la persona con cui sta riuscirà a capirlo…

Mary: Per quello che vale, io sarei stata in grado di leggere nella mente di Brandon Flowers…

Ani: Mettiti in fila…

Mary: Volete sapere una cosa che sicuramente non sapete?

Ani: L’hai letta nella mente di Brandon Flowers?

Mary: Più o meno…Brandon Flowers nel 2012 è stato eletto, dopo un sondaggio promosso da una radio inglese, miglior frontman degli ultimi venti anni, seguito da Jared Leto.

Ale: Figo…

Mary: Lo sapevi?

Ale: No…Ma vuoi sapere invece la mia canzone del 2008?

Mary: Sono tutta orecchie…

Ani: Farò finta che tu non abbia detto niente…Comunque, nel 2008 succede che io vado in viaggio-studio a Brighton, nel sud dell’Inghilterra, vicino Londra, il posto in cui tutti i londinesi vanno in vacanza. Succede che mentre sono li mi ritrovo a questo festival sulla spiaggia, il Music On The Beach Festival, fighissimo, e chi suona?

Ale: Gli Artic Monkeys?

Ani: No, stronzo, suonano i The Kooks.

Mary: Che figata!

Ani: Sì, ed è stato importante per me perchè è stato il giorno in cui ho la mia vita ha iniziato a prendere una deriva indie, insomma ho capito che non c’era solo il punk, ecco.

Mary: Anvedi, e ti sei fatta anche un tatuaggio per ricordare il momento? Cioè tipo i capelli del cantante dei Kooks su tutta la schiena, o un pezzo del testo di Naive, cose così…

Ani: Farò ancora finta che tu non abbia detto niente…Ad ogni modo la canzone che ho scelto è Always Where I Need To Be, e l’ho scelta perchè è la canzone che ha fatto da colonna sonora a quel viaggio, ed in quel momento io ero esattamente nel posto in cui dovevo essere.

 

Mary: Nel 2009 fui messa di nuovo di fronte ad una scelta. Le amiche che frequentavo in quel periodo avevano dei gusti musicali nettamente migliori dei miei. Cantautorato, vecchi classici del rock, Bob Dylan a colazione, De Andrè a pranzo e i Cure a cena. Io con Pink non sarei andata da nessuna parte…Grazie al cielo ricevetti un aiuto dall’alto, anzi, dal cinema.

Ani: Il Buffa delle Marche, quale onore…

Mary: In quell’anno uscì al cinema 500 Days Of Summer, il film che cambiò il mio modo di vedere le storie, e anche la musica, perchè infatti grazie a quel film conobbi gli Smiths, e in particolare Please Please Please Let me Get What I Want. Ricordo ancora che dopo aver sentito quella canzone ho deciso le seguenti cose: – gli Smiths dovevano diventare il mio gruppo preferito – la voce di Morrissey sarebbe diventata il mio nuovo oracolo. Le fasi della mia vita, soprattutto a livello sentimentale, si sarebbero misurate in gradi di Joseph Gordon Levitt e mio fratello doveva vestirsi come Joseph Gordon Levitt.

 

Ani: Che storia triste…E non farmi quella faccia…

Ale: Andiamo avanti Ani, altrimenti inizia a piangere, lo sai…

Ani: Hai ragione, vai Ale…

Ale: Facciamo un salto carpiato in avanti con svitamento sulla sinistra a caduta libera…

Ani: Quindi siamo nel?

Ale: 2012, anno d’uscita del secondo album di un gruppo che a me piace molto, gli XX. Comprai per caso il loro primo cd, ad un mercatino di dischi a Londra…

Mary: Era la bancarella di Ani?

Ale: Secondo me si, perchè la tipa dello stand aveva le Clipper, le borchie e parlava con uno strano accento emiliano, discutibile ma vabè…

Ani: Allora, con questa storia, la finiamo?

Ale: Comunque, la canzone che ho scelto è Sunset, e l’ho scelta perchè con questo album ho capito due cose; la prima è sicuramente che andava bene anche se questo gruppo ancora non piaceva a nessuno dei miei amici, e sarebbe stato così fino a quando gli XX non divennero famosissimi. Se ci ripenso ora mi viene da ridere, insomma è una cosa tipicamente adolescenziale…

 

Ani: Sono troppo curiosa di sapere la seconda cosa che hai imparato…

Ale: In quel periodo…

(IMMAGINATEVI TUTTI ORA LA SIGLA DI CORREVA L’ANNO…)

*Aiutino*

Ale: In quel periodo il mondo della musica iniziava a fondersi con internet. Gli XX infatti pubblicarono il loro album in esclusiva in streaming su internet. Capì allora….

(DI NUOVO LA SIGLA DI CORREVA L’ANNO…)

Ale: Capì allora che la musica si sarebbe spostata su internet…

Mary: Visionario, chapeau.

Ani: Raga, questo articolo è lunghissimo, non lo leggerà mai nessuno, nemmeno mio padre, nemmeno tuo fratello Mary, e nemmeno tua sorella Ale…

Mary: Mio fratello non leggerebbe nemmeno la versione bignami dell’articolo…

Ani: Ad ogni modo dobbiamo concludere, e lo farei con una parentesi, forse diventata un po’ scomoda, ma tant’è…

Mary: O mio dio no…

Ani: E invece sì Mè…

Ale: Mannaggia lù carmine…

Ani: Dobbiamo parlare della nostra parentesi Garrincha… Ci siamo passati tutti, è passato anche il tempo necessario per poterne parlare, quindi…Chi inizia? Inizio io, va bene…2013 Turisti della Democrazia, Lo Stato Sociale. La canzone è Ladro di cuori col bruco.

Mary: E te pareva…

Ani: Taci. Scelgo questa canzone perchè più di altre mi ricorda il mio periodo bolognese, sembra tipo una fase alla Picasso…

Mary: Ani non cacare fuori dal vaso, fai il favore..

Ani: Hai ragione, comunque, dai, visto che dobbiamo tirare fuori tutto diciamo anche questo, quante volte siamo andati a sentire Lo Stato?

Mary: Non puoi farmi questo..

Ani: Mary rispondi e non barare.

Ale: Io 4..

Mary: 5 cazzo.

Ani: 5 anche io…

Mary: Vabè dai, tiriamo fuori tutto allora…La mia parentesi Garrincha non è con Lo Stato…Ma con L’Officina Della Camomilla…

Ani: Cioè prendi per il culo me con Lo Stato Sociale e tu ascoltavi L’Officina Della Camomilla!!!

Mary: Hai ragione…Ma c’è un motivo…Forse addirittura più triste…E’ stato il mio gruppo post-rottura.

*MARY PRENDE IN CONSIDERAZIONE L’IDEA DI CANCELLARSI DAL PROGETTO DI INDOVINA CHI VIENE A CENA? DOPO QUESTA AMMISSIONE.*

Ani: Che pena…E con quale canzone?

Mary: La più bella dai, Un Fiore Per Coltello…Oddio che vergogna, ho anche la t-shirt. Giuro che ora ci dormo soltanto.

 

Ani: Vergogna vergogna vergogna!

Mary: Ma ero fragile, ero stata mollata a San Valentino…

*MARY PRENDE IN CONSIDERAZIONE L’IDEA DI ANDARE VIA DA TORINO DOPO QUESTA AMMISSIONE.*

Ani: La tua fase Garrincha Ale?

Ale: Lo Stato Sociale anche per me, anche per me motivi affettivi quali Bologna, concertini in Piazza Verdi, biretta, sigarettina, e via in centro a comandare.

Ani: Dio che bello…Allora…

Mary: Ti prego basta Ani, non tiriamo fuori anche la fase Otto Ohm altrimenti non esco più di casa!

Ani: Gli Otto Ohm?? O mio dio!! Finiamola qui, che è meglio…Va bene…Dai ragazzi giro di boa, arriviamo al 2015…Inizio io mentre Mary si riprende? Prendo il vostro silenzio per un si…La mia canzone del 2015 è Iron Sky di Paolo Nutini. L’ho scelta numero uno perché è una canzone che mi mette i brividi e per cui è stato girato uno short film fichissimo

Ani: …e poi l’ho scelta perchè quest’estate proprio durante il suo concerto a Ferrara, ho capito quanto questi cantanti inglesi abbiano influito sulla mia considerazione degli uomini. Questi fighi bellissimi, come Paolo o Alex Turner, che qualche stronza ha fatto soffrire. Vorrei dire loro che quando hanno finito di soffrire, io ho un posto in più in camera.

Mary: sembra una puntata di The Club, la trasmissione che davano su All Music.

*per rinfrescarvi la memoria: https://www.youtube.com/watch?v=l_JpIywQ_Uw*

Mary: Ale, la tua canzone del 2015?

Ale: La mia non è proprio una canzone, perchè in realtà è un album, quello dei War On Drugs, Lost In The Dream.

Mary: Diciamolo subito: miglior album del 2014 secondo il Guardian. Scusate, era per darmi di nuovo un tono dopo la parentesi Garrincha e Otto Ohm…Non lo faccio più, promesso…

Ale: Ad ogni modo, perchè ho scelto questo album? Innanzitutto per il titolo, Lost In The Dream, perso in un sogno, appunto. Ed è quello che succede davvero quando ascolti l’album, ti perdi, vieni catapultato in un’ altra atmosfera, e succede sia per i testi che per la musica…

Mary: Non dico niente perchè sono d’accordo.

Ani: La tua canzone, Mary del cazzo?

Mary: C’è stata una canzone che io ho aspettato per tutto l’anno, in maniera spasmodica…Sto parlando di No no no dei Beirut.

Ani: Lo sapevo…

Mary: Il mio gruppo preferito insieme a gli Smiths. Ho scelto No no no perchè descrive benissimo l’ultima parte del mio 2015, bello e scemo.Ma adesso: la canzone di inizio 2016 per tutti e tre?

Ale: Calcutta dai…

Mary: Cosa mi manchi a fare?

Ani: Mi sembra giusto.

Mary: Forse ci siamo, l’articolo sta finendo, manca la domanda più importante forse…

Ale: Ho paura…

Mary: La canzone che avresti voluto scrivere?

Ani: C’è l’ho, Riot Van, degli Artic Monkeys, ma siccome non posso più tirare fuori gli Artic Monkeys, altrimenti rischio di diventare pesante..

Mary: Rischi?

Ani: Taci…Comunque oltre agli Artic Monkeys direi assolutamente Time To Pretend, MGMT. Penso sia la canzone che in assoluto avrei voluto scrivere, e che meglio rappresenta la mia generazione. Inoltre, mio padre la inserì all’interno di un cd che fece ai suoi amici per natale di qualche anno fa, scrivendo che Time To Pretend è la canzone che avrebbe sentito sua se avesse avuto vent’anni adesso.

Mary: Che bello…

This is our decision, to live fast and die young

We’ve got the vision, now let’s have some fun

Yeah, it’s overwhelming, but what else can we do?

Get jobs in offices, and wake up for the morning commute?

Questa è la nostra decisione, vivere spericolatamente e morire giovani

Abbiamo l’idea, ora andiamo a divertirci

Sì, è stravolgente, ma cos’altro possiamo fare?

Lavorare in ufficio e svegliarci la mattina per fare i pendolari?

Ani: E tu Mary del cazzo?

Mary: Anche io due. La prima direi Il Timido Ubriaco di Max Gazzè, perchè ogni volta che la sento immagino me stessa avanti alla telecamera, come nel video, con tanto di baffi e ricci che canto. In sostanza, è una delle canzoni che mi accompagna da tutta la vita. E’ la mia canzone. Per me.

Chino, 

su un lungo e familiar bicchier di vino partito per un viaggio amico e arzillo già brillo,

certo, perchè io non gioco mai a viso aperto, tremendo il mio rapporto con il sesso che fesso

piango, paludi di parole fatte fango

mi muovo come anguilla nella sabbia, che rabbia,

rido, facendo del mio vile nido, cercandomi parole dentro al cuore, d’amore.

 

Mary: La seconda invece la dedico alla persona con cui mi sveglierò la mattina dei miei 38 anni…There Is a Light That Never Goes Out degli Smiths. Perchè non c’è dichiarazione di vita e d’amore più tragi-comica di questa…

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Ale: Sono ripetitivo, quindi logicamente dico Bad degli U2, che è anche la mia canzone preferita, ma se dovessi pensare ad un testo che mi fa dire: “cazzo, è incredibile, e vorrei averlo scritto io” sarebbe Anima Latina di Lucio Battisti.

Mary: Come mai?

Ale: Basta ascoltare l’inizio…

Scende ruzzolando dai tetti di lamiera 

indugiando sulla scritta “Bevi Coca Cola”.

Scende dai presepi vivi appena giunge sera…

Quando musica e miseria diventan cosa sola.

 

Mary: Vi ringraziamo, voi tutti, per aver resistito fino alla fine di questo articolo…

Ani: E ringraziamo anche Mary per non aver mai citato Adele, grazie…

Mary: Oddio Adele, è vero!

Ani: Tempo scaduto, ti attacchi…

Ale: Che bello abbiamo finito.

 

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Tender

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“107.1 FM. Quanti di voi hanno cerchiato in rosso la data di oggi sul calendario? Perchè qui in redazione lo abbiamo fatto, vero Art? Il nostro fantastico regista mi fa cenno di si…Be’ abbiamo aspettato questogiorno con ansia,e finalmente è arrivato. Questa sera, quando tornerete a casa dopo il lavoro, la palestra, la scuola, il sesso, la birra, tornerete con un cd… Si ma quale dei due? Country House o Roll With It? Lo scopriremo insieme…Sono le 08.30 di lunedì 14 agosto 1995, io sono Augustine Mills, in diretta su BBC Radio 1 è appena iniziata una nuova puntata di Music Notes…”

Alzo il volume della radio e dopo aver controllato meticolosamente gli scaffali esco dal negozio per fumarmi una sigaretta. Quando sono arrivato all’alba, ho trovato una settantina di post-it appesi alla saracinesca con su scritto un nome, un’ora e una richiesta. 37 per Country House, 33 per Roll With It. Un paio di post-it sono caduti a terra, e la pioggia seppur leggera di stanotte li ha bagnati impedendomi di capirne la calligrafia. Li ho staccati uno per uno, e man mano che lo facevo mi sentivo eccitato, come quando dal portafoglio tiri fuori il biglietto per il derby del Chelsea, o come quando giri su Channel 4 e becchi l’inizio di 4 Matrimoni e un Funerale. Oggi è un bel giorno per essere inglesi. Spengo la sigaretta e rientro in negozio.

“107.1 FM. Iniziamo a capire chi comprerà cosa…Manny sei in diretta su BBC Radio 1, allora dicci un po’…Blur o Oasis secondo te?” “Blur, assolutamente, insomma parliamone, quello stronzo di Noel qualche settimana fa ha augurato a Damon di contrarre l’AIDS.  L’AIDS Augustine capisci? E’ un pezzo di merda, e per quanto mi riguarda se lo sogna di scrivere un pezzo come Boys and Girls, se ne restasse a Manchester quel coglione…”

Il negozio è pieno di gente, e sembra essere diventato lo spogliatoio di un match di calcio. Per chi gioca con la squadra dei Blur la tenuta prevede polo Fred Perry e pantalone nero. Chi invece gioca con gli Oasis indossa t-shirt Umbro e giacca di pelle.

La mia attenzione si sofferma sul volto irritato di una ragazza intenta a pulire le lenti dei suoi Ray Ban modello Small Round Metal 47. Accenno un sorriso e lei si avvicina alla cassa con la sua copia di Roll With It. Tira fuori 13£, faccio per prendere una busta ma lei mi fa cenno di no con la testa mentre mastica svogliatamente un chewingum. All’uscita incrocia lo sguardo di un ragazzo che dopo aver visto il cd le mostra il dito medio. “Fanculo te, fighetto del cazzo” le risponde lei allontanandosi su Portobello Road.

Ce n’era proprio bisogno Reggie?” – chiedo innervosito.

“Fanculo si…-risponde sistemandosi il ciuffo – Dammi la mia copia per favore…”

“Io non vi capisco, ho ascoltato entrambi i singoli, e cazzo sono belli entrambi…Questa è una guerra fomentata dalle case discografiche, cosa vuoi che gliene freghi ad Albarn o ai Gallagher…”

“Vai a dire queste cazzate ai Beatles o ai Rolling Stones, poi vediamo cosa ti rispondono. 

E’ qualcosa di più delle case discografiche, capisci? C’entra lo stile di vita…Non so come spiegarti…Hai presente la guerra fredda?”

“Come scusa?” – chiedo confuso-.

“Esatto cazzo, la guerra fredda…Perchè non ci ho pensato prima? Dai quella roba di ghiaccio tra America e Unione Sovietica…”

“So cos’è la guerra fredda Reggie…”

“Ecco bravo, allora immagina che i Blur siano tipo l’America, cioè i buoni…Dai quelli che sorridono sulle foto, hai presente? Invece gli Oasis sono l’Unione Sovietica, tutti impostati, seri, non ridono mai”.

“Io ti voglio bene Reggie, ma tu non sai di cosa stai parlando…”

“Può essere, ho fumato stamattina appena sveglio, forse non avrei dovuto…Comunque, per favore dammi la mia copia, mi sono alzato alle 02.00 di notte per venire a lasciarti il post-it…”

“Facciamo così, ti presto la mia copia di Roll With It, tu lo ascolti e poi torni da me a dirmi cosa ne pensi. Se ti è piaciuto mi offri una birra”.

La faccia di Reggie diventa rabbiosa, capendo di aver esagerato, prendo  la sua copia di Country House e il suo viso si distende di nuovo. Sorride mostrando il dente scheggiato, paga, mi offre una sigaretta che rifiuto perchè non ho tempo, fa spallucce poi esce, soddisfatto.

Intento ad osservare gli sguardi che i clienti si scambiano tra di loro, a seconda del cd con cui si presentano alla cassa, non faccio nemmeno più caso a quanta gente continua ad entrare in negozio.

“107.1 FM. Sempre in diretta, sempre su BBC Radio 1. Nel giorno del giudizio per la guerra del britpop, forse non tutti sanno che il singolo dei Blur doveva uscire quindici giorni fa, ma su precisa indicazione di Albarn, l’uscita è stata posticipata allo stesso giorno di uscita di Roll With It, dando il via alla battaglia delle band…E chi vincerà? Lo scopriremo insieme dopo questo pezzo dei The Connells…”

“Che coglione Albarn…-esordisce Will mentre paga la sua copia di Roll With It-

“Andiamo Will, -rispondo io esasperato- almeno tu…Sono tutte trovate commerciali queste, io ho ascoltato tutti e due i singoli e-”

“Senti Jon -esclama Will interrompendomi- per me Albarn è solo un coglione eroinomane come la sua ragazza”.

“Davvero vuoi metterla sul piano della droga? Perchè credi che Noel invece scriva le canzoni sotto effetto di Earl Gray?”

“Noel è un duro cazzo, viene da Burnage e sa cosa significa la fatica…Hai da fare, dai ci vediamo più tardi al pub Jon…”

La cosa assurda è che Will ha vissuto a Burnage solo per 4 mesi, e aveva 8 anni. Mi chiedo cosa ne sa lui di come si sta a Burnage.

“107.1 FM. Sono quasi le 10.00 e la nostra puntata sta per terminare, abbiamo forse il tempo per un ultimo ascoltatore. Chi c’è in linea? Pronto?”

“Ehi Augustine, mi chiamo Jon Turner, e lavoro in un negozio di cd al 278 di Portobello Road”

“Ciao Jon, come stai? Come lo stai vivendo tu questa battle of britpop?”

“Male, la sto vivendo male. Dalle 09.00 di stamattina la gente non fa altro che insultarsi per i propri gusti musicali. Un ragazzo prima ha tirato in ballo la guerra fredda! Ti rendi conto? Che battaglia è questa? Vendo dischi da vent’anni e non mi era mai capitato di assistere a una cosa del genere…”

“Be’ vallo a dire ai fan dei Beatles o dei Rolling Stones…”

“Fanculo pure a loro. Cristo santo sono passati più di vent’anni! Sai una cosa Augustine? Io 

sarei curioso di vedere la faccia dei tipi delle case discografiche il giorno che tutto questa faida scemerà, perchè succederà prima o poi, e Albarn e i Gallagher suoneranno insieme.

Fanculo, forse non succederà mai ma cazzo, amare la musica significa questo, amare le canzoni, i ritornelli accattivanti, i riff infiniti che ti fanno godere più di un orgasmo raggiunto con una tipa conosciuta al pub il venerdì sera. A me non frega un cazzo della battle of britpop, io amo il britpop, chiunque lo canti…Stammi bene Augustine…”

Riattacco il telefono, le persone dentro al negozio mi guardano meravigliate.

Accenno un sorriso e si avvicinano alla cassa con la loro copia.

 

A marzo 2013, durante un evento benefico a favore della campagna Teenager Cancer Trust, Damon Albarn e Noel Gallagher hanno suonato insieme una canzone dei Blur dal titolo Tender.

Tutto, a partire dal ritornello, è stato perfetto: “Come on, come on, come on, get through it”.

Dai, dai, dai, passa oltre.

 

 

P.s: questo racconto l’ho scritto per ringraziare mio fratello, perché mi ha insegnato quasi tutto quello che so, tranne le cose che so sugli squali, quelle sono farina del mio sacco, Grazie Vale, con tutto quello che io chiamo amore.

 

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di Mary Stella Brugiati

 

Punk is (not) dad

L’appartenenza a un gruppo porta a modificare il proprio comportamento, i propri giudizi e, in una certa misura, le proprie percezioni per conformarsi alle aspettative del gruppo. 

Solomon Asch, psicologo

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Nel 2004 esce Beautiful Soul di Jesse McCartney e così tutte le mie amiche impazziscono per il ciuffo biondo del cantante statunitense che in poco tempo scala le vette delle classifiche e si piazza al primo posto nei cuori di tantissime ragazzine in Italia e nel mondo.

Mentre succede tutto questo io sono intenta a capire come far funzionare il giradischi di mio padre con l’obbiettivo di poter accedere in qualsiasi momento alla vastissima collezione di vinili che riempie tutti i mobili del mio salotto.

Quando tra i corridoi si iniziano a spacciare i numeri del Cioè con il faccione di Jesse in prima pagina e altrettanti diari iniziano a riempirsi di dediche che citano «I don’t want another pretty face, I don’t want just anyone to hold, I don’t want my love to go to waste, I want you and your beautiful soul» io decido di rasarmi la nuca e rispolverare le Clipper Underground che mia madre aveva sepolto in soffitta.

Ho 12 anni, ascolto i Clash e tutto quello che so sulla musica me lo ha insegnato mio padre.

 

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Sapete chi è quello nella foto? Quello nella foto è Keith Moon, il batterista degli Who. Qui sta suonando al London Wimbledon Palais ed è il 13 Maggio 1966.

Il 7 settembre 1978, dopo aver trascorso la serata con Paul McCartney e sua moglie Linda, Keith ritornò a casa con Annette Walter-Lax, la sua fidanzata, e prese 32 pastiglie di clometiazolo che gli erano state prescritte per la terapia contro la tossicodipendenza. Già sei sarebbero state fatali. Così, si mise a letto e iniziò a vedere L’abominevoloe Dottor Phibes, chiese ad Annette di cucinargli una bistecca e delle uova e poco dopo morì nel sonno. Aveva 32 anni.

Quello stesso anno mentre il Regno Unito perde uno dei suoi migliori batteristi mio padre sbarca a Londra con la sua copia di My Generation sotto braccio. Lavora come aiuto cuoco nella cucina di un hotel, ripone le multe in una cartellina denominata Cacca Di Sbirro e il London Wimbledon Palais lo vede solo quando ci si imbuca ai concerti usando la porta sul retro che una volta, a quanto pare, era sempre aperta.

A questo punto della storia lui non lo sa ancora che avrà una figlia che si raserà la nuca, ascolterà i Clash e porterà ai piedi le Clipper Underground di sua moglie. A questo punto della storia infatti London’s Burning è uscita soltanto da un anno e mio padre si stringe ancora nel suo eskimo verde militare abbellito dalle spillette della Royal Air Force, maledicendo di essere nato soltanto nel 1958 e non esserci potuto essere quel 13 Maggio 1966.

 

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Sapete chi è quella nella foto? Tranquilli, non lo so neanche io. E non lo sa nemmeno mio padre. L’unica cosa che sappiamo entrambi è che quella ragazza minuta con i capelli neri e la frangia in prima fila al London Wimbledon Palais è la mia fotocopia. Io sarei nata soltanto 26 anni dopo ma è evidente che fossi lì, in prima fila a cantare «why don’t you all f-fade away, talkin’ ‘bout my generation». Lo pensa anche mio padre quando vede questa foto su Mojo e non si riesce a capacitare di come avessi fatto io, nata nel 1992, a essere lì quel 13 Maggio 1966.

Esattamente come lo fu per mio padre anche per me il passaggio dagli Who ai Clash fu graduale. Un disco alla volta, una puntina posata per volta. Così prima gira My Generation, poi Tommy, poi Quadrophenia fino a che dal grande mobile in sala non spunta lui: The Clash. Ormai London’s Burning è uscita da 27 anni, Train in Vain da 25 e Should I Stay or Should I Go da 22. Così mentre tutte le mie amiche e la stra grande maggioranza delle ragazzine tra gli 11 e 16 anni impazziscono per Jesse McCartney io perdo completamente la testa per Joe Strummer e Mick Jones.

Alla velocità della luce entrano nella mia vita anche Sid Vicious e Johnny Rotter. Quasi automaticamente inizio a cantare a squarciagola «Anita is a punk rocker now». Ascolto In the City dei Jam e così inizio a parteggiare per la gioventù inglese incazzata con lo Stato e, neanche a dirlo, sogno di vivere il resto dei miei giorni a Camden Town.

Ho 12 anni e tra gli altri ascolto i Generation X, i Damned, i Buzzcocks. Ho la nuca rasata, le unghie dipinte di nero, le vecchie Clipper Underground di mia madre ai piedi e una collana di borchie argentate. Mi dicono sempre che sono strana, qualcuno addirittura che ascolto la musica del demonio. A me però non importa molto di apparire sempre fuori posto perché io ora so usare il giradischi di mio padre, il che vuol dire che ho libero accesso alla vastissima collezione di vinili che ricopre le pareti del nostro salotto il che è molto vicino alla mia idea di felicità.

Un giorno lo stesso uomo che qualche mese prima mi donò The Clash arriva in camera mia e mi tende quella foto di quel 13 Maggio 1966 in cui Keith Moon suona la batteria mentre la me stessa del passato canta in prima fila. Sotto la foto c’è una scritta:

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Ora ho 23 anni, ascolto ancora i Clash e tutto quello che so sulla musica me lo ha insegnato mio padre.

 

Per tutti quelli che nel 2004 erano troppo impegnati ad ascoltare Jesse McCartney invece di curarsi delle cose belle della musica non preoccupatevi, siete sempre in tempo per recuperare!

Queste sono le 10 canzoni che dovete ascoltare per capire di che cosa sto parlando:

#1. The Clash- London’s Burning

#2. Sex Pistols- Pretty Vacant

#3. Ramones- Sheena Is A Punk Rocker

#4. Generation X- Dancing With Myself

#5. Buzzcocks- Time’s Up

#6. Avangers- We Are The One

#7. X-Ray Spex- The Day The World Turned Day-Glo

#8. Stiff Little Fingers- Suspect Device

#9. The Jam- In The City

#10. Damned- New Rose

 

 

di Anita Vicenzi

Le 10 cose da tenere in mente per scrivere una serie TV sulla nostra generazione

L’Indie

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Tutti i personaggi di una serie tv hanno un passato. E anche i nostri non scherzano. Al liceo avrebbero portato camicette a quadri, risvoltini ai jeans e tutti i dischi della Domino Records nello zaino. Ah, e la maglietta vintage dei Velvet Underground. Credevano di essere alternativi, senza accorgersi che la loro era già una cultura di massa. Non credo però che abbiano imparato a girare con le caviglie coperte.

 

Emule

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Se dovessimo scegliere un punto determinante del passato dei nostri protagonisti, credo sarebbe Emule. Ci aveva indicato già da che parte stava andando la musica, ci ha insegnato cosa fossero gli mp3, i virus e la barra di caricamento. Non capivamo come fare funzionare tutto più velocemente, cliccavamo Kad, statistiche e opzioni. Un mulo con la lingua di fuori ci faceva sentire più fighi dei nostri genitori e più stupidi di altri che riuscivano a scaricare discografie intere.

 

La messaggistica istantanea

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Gradualmente: i messaggi del Nokia 3310, i trilli di MSN, i commenti su Fotolog, la chat di Facebook, gli iMessage, Whatssapp, e poi Telegram. Ci siamo sempre pensati a vicenda, e abbiamo avuto il modo di farcelo sapere. Bello, no?

 

Lo streaming 

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Non sappiamo aspettare. Ci hanno abituato a non farlo. Se anni fa la più grande paura dei nostri protagonisti sarebbe stata l’adolescenza, oggi sicuramente sarebbe l’icona di caricamento. Blocca tutto, sballa i tempi, rompe la tensione e ci fa aspettare, con la paura che salti la connessione. Terribile.

 

Il coinquilinaggio

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C’è una canzone dei The National, Apartment Story, che era la mia ossessione in tempi di trasloco. Da quando mi sono iscritto all’università ho cambiato 3 case e 5/6 coinquilini. Ci divertiamo alle cene, alla feste trash, alle maratone sul divano, ad impilare bottiglie vuote sul mobile della cucina e a vedere il bagno sempre sporco. Quindi, quando inscatolerete nuovamente i vostri libri cantate con me: stay inside til somebody finds us, do whatever the TV tells us.

 

Le Serie Tv

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In quinta elementare piansi un intero pomeriggio per essermi addormentato e aver perso una puntata di The Mask su Italia 1. Insomma, tutti i miei amici l’avevano vista e io sarei stato l’unico ad essermela persa. Tutti i vostri amici stanno guardando Breaking Bad, The Wire, Shameless, The Walking Dead, non vorrete essere gli unici a perdervene una puntata, vero?

 

L’ossessione per il passato

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E partito tutto dalle All Stars, poi la polaroid, le tute acetate, la super 8, il remake di Ghostbusters, il ritorno di X-Files e la reunion dei Beach Boys. I nostri protagonisti frequenterebbero i mercatini vintage e appenderebbero il poster di Bill Murray a fianco a quello di Melissa McCarthy, entrambi con lo zaino protonico sulle spalle.

 

Time to Pretend degli MGMT

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L’album di debutto degli MGMT fu una vera rivelazione. E il singolo di lancio ancora di più: I’m feeling rough, I’m feeling raw, I’m in the prime of my life, let’s make some music, make some money, find some models for wives. Ci dicevamo che sicuramente non ce l’avremmo fatta, ma che nel frattempo ci saremmo divertiti un sacco.

 

La Apple

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Alla fine gli americani ce l’hanno fatta sotto il naso, di nuovo. Era così fastidioso vedere nei film e nelle serie tv qualcuno con in mano un bicchiere di vino rosso, dopo una giornata straziante, prendere appunti nel suo Mac Book Air. Mi sono distratto un attimo e quando ho rialzato la testa lo stavano facendo tutti. E si sono moltiplicati: iPhone, iPad, iWatch. Se non vi fidate di me, fatelo di Umberto Eco che nel 1994 parla del Mac così: “è festoso, amichevole, conciliante, dice al fedele come deve procedere passo dopo passo per raggiungere – se non il regno dei cieli – il momento della stampa del documento“.

 

Paper Planes di M.I.A.

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C’era bisogno di una canzone che chiudesse il cerchio sui titoli di coda. Ne ho pensate mille, poi mi è tornata in mente quella che incredibilmente mette d’accordo tutti. Dopo la candidatura agli Oscar, il mondo si è accorto che Paper Planes piaceva a tutti, nonostante a cantarla fosse M.I.A., figura controversa dell’underground inglese. Anche se non ce ne frega niente dei dissidenti Tamil, degli immigrati e del consumismo…all i danna do is BANG BANG BANG BANG and KKKKAAAA CHING!

 

 

di Alessandro Bosi

 

 

 

 

 

 

 

 

Sometimes I forget I live in the future: guida digitale alla vita analogica

Da piccola ero fissata con l’archeologia, così quando in quarta elementare mi hanno detto che saremmo andati in gita al museo egizio di Bologna sono andata completamente fuori di testa. Per l’occasione mia madre mi ha addirittura preso una macchinetta fotografica. Era della Kodak, con un rivestimento in plastica blu che -leggenda narra- la avrebbe fatta funzionare anche sott’acqua. Era semplice: bastava guardare nello spioncino e poi schiacciare il grande pulsante rosso. A quel punto girare la rotella nera in alto a destra e non dimenticarsi di tenere il conto fino a 24, quando il rullino sarebbe finito. Dopo di che saremmo andate dal fotografo, si aspettava più o meno una settimana e mi sarei potuta godere i miei fossili e le mie mummie su pellicola.

Spioncino, pulsante, rotella, 24, fotografo, mummie. Semplice.

E lo sportellino nero sotto lo spioncino? Lui a cosa serve? Meglio aprirlo per controllare.

Fu quel giorno che giurai vendetta alla fotografia analogica e a tutti coloro che non mi avevano detto che lì c’era il rullino.

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Alla mia gita di prima superiore avevo una macchinetta digitale della quale abusavo in ogni situazione. Ogni cosa era improvvisamente diventata troppo importante per non fotografarla, il che mi ha portata a collezionare una valanga di cd-rom Verbatim pieni di fotografie dei momenti più inutili possibile, dal pomeriggio davanti alla tv alla serata al cinema. Ma diciamocelo, a un certo punto non se ne poteva più di contare fino a 24. E che cazzo, basta! Le macchinette digitali avevano finalmente moltiplicato i pani e pesci: «Più scatti per tutti!». E così niente più mummie su pellicola. Solo miliardi di pixel di anonimi pomeriggi al bar stipati nel pc fisso di casa che aveva tutta l’aria di implodere da un momento all’altro. Ma sicuramente ne è valsa la pena per quelle quaranta foto tutte uguali del tramonto poetico a Zocca.

E poi è successo. È arrivato lui, lo smartphone. Colui che ha compiuto il miracolo più grande: «Vai Lazzaro, alzati e fotografa!». Chiunque ne tocca una, magicamente, diventa un fotografo. Ma non solo! Finalmente si può fotografare tutto, in ogni momento e ogni foto sarà bellissima: il miracolo del XXI secolo.

Sblocca, tocca, apri galleria, foto del pranzo is the new spioncino, pulsante, rotella, 24, fotografo, mummie. Le SD sono molto meno ingombranti dei cd registrabili Verbatim e i rullini bruciati solo un lontano ricordo.

Per il mio compleanno mi regalano una Polaroid, una vecchia 635Supercolor nera con la banda argentata. Forse non lo sapete ma i rullini della Polaroid non sono veri e propri rullini. In realtà sono fogli di plastica utilizzati per polarizzarela luce: tendono ad assorbire la luce polarizzata parallelamente alla direzione dell’allineamento dei cristalli, lasciando passare la luce perpendicolare ad essi. È un sistema complesso che fa in modo che il circuito elettrico necessario per scattare la foto non sia soltanto chiuso nel corpo della macchina ma costituito dal rapporto tra la macchina e la pellicola. È per questo che otto scatti ti costano venti euro.

Così ad un tratto anche la fotografia è diventata una questione di sacrifici e ho detto addio ai quaranta scatti del tramonto poetico a Zocca e alle composizioni bicchiere-carbonara-posate.

La seconda volta che ho giurato vendetta alla fotografia analogica è stata quando ho scoperto che per sviluppare correttamente una Polaroid bisogna tenerla al buio e al caldo. Giustamente ho appreso tutto ciò soltanto dopo aver sventolato  i miei primi dieci euro su pellicola tra il vento fresco di una bella giornata di sole. E così per una settimana ho detto addio anche ai Plum Cake, il succo d’arancia e le Sottilette.

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Una mattina che in casa non c’erano né i Plum Cake, né il succo d’arancia e né  Sottilette ho scoperto che quando è sereno e c’è freddo dal balcone del mio appartamento a Torino si vedono le montagne e io che sono nata in pianura non ci sono abituata.

Ho deciso di scattare una Polaroid e piena di una nuova consapevolezza l’ho accuratamente riposta in un sacchetto di tela e piazzata sul termo accesso. Esco di casa e passo tutto il giorno a pensare alla mia Polaroid sul termo. Chissà se è venuta. Poi mi viene l’ansia che magari non ho avuto la mano abbastanza ferma. O che c’era la luce sbagliata. Non riesco a distogliere la mente dalla maledetta foto delle montagne, e non capisco se è perché ho paura di aver buttato via gli ennesimi due euro e cinquanta o perché io non ci sono abituata a vedere le montagne vicino a casa. Ormai inerme stretta nella morsa del dubbio le vecchie ferite di quarta elementare si riaprono.

Cerco di esorcizzare il mio disagio parlandone con la gente che, giustamente, mi fa notare che al massimo posso scattarne un’altra domani, posso scattarne altre mille. Posso pure modificarle, metterci il filtro e se non mi piace la cancello e la rifaccio.

Faccio un respiro di sollievo, mi ero dimenticata che vivo nel futuro. Quel futuro in cui le macchinette digitali e lo smartphone hanno già compiuto i loro più grandi miracoli e hanno salvato tutti noi.

Mi lascio cullare per un attimo da questa sicurezza. Poi però, proprio mentre inizio a perdonare la fotografia analogica per i rullini bruciati e i soldi sventolati all’aria mi ricordo che domani io già lo saprò che ci sono le montagne vicino a casa.

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P.s: Qualche giorno dopo aver scritto tutto ciò è la fotografia analogica a vendicarsi palesandosi a me sotto le spoglie di Amazon che trasforma il rullino Polaroid in “Vedere la Terra-Sei saggi sul paesaggio e la geografia” di Jean-Marc Besse.

Fotografia Analogica: 3

Anita: 1

La sfida è ancora aperta.

 

 

 

di Anita Vicenzi